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LINGUAGGIO POETICO, PRE-LINGUAGGIO
di Franco Martelli

 

Il rapporto tra parola e immagine richiama ormai da lungo tempo l’interesse di studiosi di vari indirizzi e gode di un’ampia seppur non esaustiva letteratura. Del resto, da quando ha visto la luce, la parola ha sempre accompagnato l’immagine sia in tempi lontani tra loro sia, pur con diverse modalità, in uno stesso periodo.

Anche in una semplice conversazione siamo naturalmente abituati ad associare un’opera d’arte al titolo (non ha rilevanza che sia stato dato dall’autore stesso, che sia più o meno esplicativo o astratto), ovvero attraverso quello a citarla, in tal modo convinti di identificarla e/o di renderla identificabile agli altri. Possiamo scorrere secoli di storia dell’arte, fosse anche solo occidentale, per renderci immediatamente conto che nomi frasi e narrazioni accompagnano i personaggi, pur inequivocabilmente identificabili, sulle tavole o sulle pale del medioevo, ma anche nomi, età, ruoli sociali nella ritrattistica di ogni periodo (del resto basterebbe ricordare anche per un solo momento autori, nomi dei personaggi o descrizioni di scene dipinti o graffiti su tanta parte di ceramica greca). Anche in età a noi più prossime, in modo ora più esplicito ora più enigmatico, il rapporto tra immagine e parola non è certo venuto meno. Senza pretendere in questa circostanza (tra l’altro fuor di luogo) un impossibile panorama completo, finalizzato tra l’altro a considerazioni diverse da quelle che più strettamente ci riguardano, basterebbe comunque ricordare con una rapida e non coordinata carrellata (si perdoni l’elencazione) David – Marat assassinato –, Toulouse Lautrec – Divan Japonaise –, Klimt – Nuda veritas –, Manet – Ritratto di Zola –, Van Gogh – Tavolo da disegno con cipolle –, Kokoschka – Pietà –, cubisti e futuristi, Klee – Tessuto vocale della cantante Rosa Silber –, Mirò – Escargot, femme, fleur, étoile –, Magritte – in quante opere?, come altri del resto –, la particolarità di Luigi Bartolini, Lichtenstein, Rotella, i processi della Poesia visiva nelle sue varie diramazioni, fino ed oltre la "frontiera" dei graffitisti.

Tuttavia ora dobbiamo sgombrare il campo da tutti i possibili fraintendimenti, poiché seguire le pur importantissime problematiche affrontate sul pensiero per immagini, sulla parola-segno che rinvia ad un concetto unico, sull’immagine onirica che diviene narrazione e su altri mille rivoli di indagine sarebbe in gran parte fuorviante nei confronti della tematica alla quale dobbiamo rivolgere tutta la nostra attenzione.

L’opera di Bruno Beccaro, al di là di apparenti collegamenti più o meno immediati che potremmo porre in essere, non muove da alcuna delle basi citate, né dalla pur ramificata strada della "Scrittura visuale".

Siamo di fronte ad un percorso particolarmente complesso e sottile il cui fine ultimo, ma anche unico, sta in una costante ricerca di riappropriazione del "linguaggio poetico" che si pone ad una estrema, o meglio totale, distanza dalla codificazione omologata della parola pre-data.

Seguire, almeno parzialmente, il percorso di Beccaro può sostenerci e più facilmente avvicinarci alla comprensione della sua tematica.

Immaginiamo di osservarlo durante le sue ampie letture e più ancora nel suo "attento vagare" tra "taccuini ed appunti" lasciati da scrittori, filosofi e artisti, quasi pensieri sparsi o in-compiuti, e nel suo improvviso arrestarsi e cogliere una frase; allora una riflessione o più ancora uno stato emozionale, un’immagine, capaci di spingerlo al di là del significato più apparente, immediato e codificato delle singole parole o del loro insieme, sono in grado di condurlo attraverso le pieghe più intime di segni e suoni ad uno stadio di pre-linguaggio.

Allora lo spazio (della tela) viene scandito dalle lettere-segno a loro volta separate, annientate e di nuovo insieme fuse dal colore, strutturando e suggerendo forme nuove, pensieri prima celati o non percepiti, stati interiori solo ora accolti. È lo spessore del profondo troppo spesso confinato nelle sfere del nascondimento dalla ritualità convenzionale del "da sempre appreso".

Tuttavia l’interrogativo o la ricerca sono ben lontani da una soluzione che sarà forse solo e sempre in continuo divenire.

Scrive Beccaro: "nel momento in cui l’opera d’arte non significa niente e quindi non si presta ad una lettura pianificata ed immediata o retorica essa comincia a donarsi nei segni più profondi..." con un esplicito richiamo a Deleuze perché solo allora quei "segni ci danno un tempo ritrovato, un tempo originale assoluto che comprende tutti gli altri". Si richiede cioè una sorta di azzeramento delle nostre conoscenze o più ancora delle nostre categorie mentali consuete che permetta di raggiungere quel che soggiace a ciò che vediamo e che con immediatezza crediamo di ri-conoscere.

Parole, suoni/segni, colori destrutturati e ristrutturati in un unico testo... "Testo vuol dire Tessuto; ma laddove fin qui si è sempre preso questo tessuto per un prodotto, un velo già fatto dentro al quale, più o meno nascosto, sta il senso (la verità), adesso accentuiamo, nel tessuto, l’idea generativa per cui il testo si fa, si lavora attraverso un intreccio perpetuo; sperduto in questo tessuto – questa tessitura – il soggetto vi si disfa simile a un ragno che si dissolva da sé nelle secrezioni costruttive della sua tela" (R. Barthes, 1975).

Tuttavia "quel tempo ritrovato originale assoluto che comprende tutti gli altri..." e "l’idea generativa per cui il testo si fa, si lavora attraverso un intreccio perpetuo" ci pone all’interno di un fluire senza fine e di una mutazione costante dove diviene improbabile o meglio impossibile definire e bloccare in un’immagine, in un testo o solo in un pensiero il presente e il vero.

"Il presente: dove?"... "dove il vero?" – scrive Bruno Beccaro – "Infiniti verosimili senza mai raggiungere un vero certo. Così la storia del ritratto dell’uomo è la storia della sua cultura. E della sua poesia. Sul suo volto sono scritti tutti i racconti della sua vita, convivono passioni contrastanti, passioni che per essere raccontate trovano inadeguato il linguaggio organizzato... La pelle superficie del volto – mondo-volto (Merleau-Ponty) è mutazione continua... Cogliere un attimo, fermarlo e comprenderlo (Goethe) è senso poetico, è pre-linguaggio".

Ci troviamo di nuovo davanti alle tele di Bruno Beccaro: inevitabilmente tornano presenti le sue affermazioni sul linguaggio poetico, sulla necessità di andare oltre il visibile, sulla frammentazione e sull’unitarietà, sul sempre e mai presente e vero, per l’uomo condizione costante di inquietudine e di disagio. Quelle tele segnate, come un volto o un corpo, da parole e colori che hanno assunto ormai valenze diverse da quelle che avevano fino a poco tempo prima, mentre pian piano fanno più chiara la via verso il pre-linguaggio, aprono le porte del mondo poetico di Beccaro.

Allora, quasi d’improvviso, quelle opere si svelano: sono autoritratti.

Lungi dall’addentrarsi nella vastissima e, in buona parte, valida saggistica sul ritratto e sull’autoritratto è opportuno ricordare che, tra i mille discernimenti, esistono quegli autoritratti che, disinteressati alla fisiognomica, "vogliono essere soprattutto l’espressione di un’emozione, di un sentimento, di un affetto", o quelli in cui "l’artista non vuole rappresentare il suo volto, ma vuole dare un volto alla sua anima, al suo mondo interno" (S. Ferrari, 2001).

Ben altro sarebbe da dire sul rapporto tra autobiografia e autoritratto o tra pensiero verbale e pensiero visivo; se il primo è di norma ritenuto più articolato e prossimo al pensiero cosciente, il secondo è ritenuto più emozionale, ovvero più prossimo all’inconscio.

E le opere di Bruno Beccaro tra parole e immagini...?

 

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